Una fenice in poliestere

scritto da Autore anonimo
Scritto Ieri • Pubblicato 7 ore fa • Revisionato 7 ore fa
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Testo: Una fenice in poliestere
di Autore anonimo

Giocare a calcio: il sogno di ogni ragazzino. O almeno il sogno dei genitori, che appena diventati papà si trasformano in allenatori della Nazionale e cercano di trasformare il pupo in un fuoriclasse, così… tanto per sistemare il casato e magari anche il mutuo.

Perché questa ossessione paterna per il figlio calciatore? Boh. Forse per evitargli il lavoro duro, forse per riscattare la dinastia, forse per fargli conoscere una ragazza vera e non solo quelle di Postalmarket.
Tre ipotesi ottime, tre fallimenti quasi garantiti.

Ma torniamo a me, la grande promessa mancata del calcio mondiale.

Io ero una schiappa. Totale. A mio padre non interessava, tranne ricordare vagamente una caviglia slogata in gioventù che, a quanto pare, non si è più rimessa al suo posto… come molte altre cose nella sua vita.

Negli anni ’70 frequentavo lo stadio comunale: campo aperto, nebbia a livelli “horror padano”, partite miste tra 10enni e 17enni. Il portiere? Sempre lo sfigato di turno. Tradizione inviolabile.

A 14–15 anni entro nelle giovanili: allenamenti veri, genitori indemoniati, compagni affamati di gloria e altri disposti a vendersi un rene per fare una sostituzione all’89°. Io? Panca fissa. Ruolo: terzino sinistro, cioè il “posto che nessuno vuole”, già occupato da un fenomeno mai infortunato. Mai. Un Highlander.

Poi l’illuminazione: faccio il portiere. Fisico buono, altezza ok, agilità c’era. Rubo il posto al portiere titolare (di una bontà quasi imbarazzante) e inizio a giocare. Un anno da dio.
Papà ovviamente non venne mai a vedermi. Al massimo avrebbe chiesto se avevo finito i compiti.

Poi De André aveva ragione: “le più belle cose durano solo un giorno”. Si sale di categoria: Under 21. Tutti forti, anche i pali della porta. Risultato: ritorno in panchina. Ah, la mia amata, gelida, scomodissima panchina.

A scuola disastro totale. Per mio padre era ovvio: “È colpa del calcio!”
Certo, perché il latino nasce proprio degli schemi 4-4-2.

Finché arriva Il giorno.
Freddo polare, pioggia verticale, tredici giocatori presenti. Uno si fa male, entra il primo panchinaro. Poi un altro barcolla verso l’allenatore e fa un cenno.
Il mister — baffi, giubbotto e disperazione negli occhi — mi guarda, mi gira la maglia, mi leva i guanti e mi manda in campo… come centravanti.

Io centravanti. Ma chi l’avrebbe mai detto? Nemmeno mia madre.

Dopo poco la palla si ferma in una pozzanghera enorme, mi guarda — sì, mi guarda — e sembra dire: “Allora, che fai? Balliamo?”
E io ballo.
Segno.
GOL.
Il portiere-panchinaro segna. È quasi Pasqua.

Vado a casa trionfante, pronto a dire a mio padre: “Ho preso 5 in matematica, ma ho segnato!”
Spoiler: non funzionò.

Scoppiò una guerra. E la povera maglia, infangata e grondante, venne giudicata, condannata e giustiziata: strappata, calpestata, massacrata.
E scomparve. Puff.
Mai più vista. O almeno così credevo.

Per settimane sparì dai radar, come certi scandali politici: tutti ne parlano, nessuno sa dov’è. Poi, all’improvviso, ricompare nella muta. Miracolata. Resuscitata.
Io intanto non giocai più una partita. Mai più. Però mi allenavo, fedele come un monaco tibetano.

Anni dopo chiedo a mio padre se ricordava la storia.
“Con la cultura forse mangi. Con il calcio no.”
Fine della poesia.

Aveva ragione? Non lo so.
So solo che giocai ancora, vinsi una coppa come miglior portiere e mi diplomai pure onestamente.

Eppure una domanda rimane, vibra, pulsa, chiede vendetta:

come diavolo ha fatto quella maglia n°12
a risorgere come una fenice in poliestere,
dopo essere stata ridotta a molecole,
per poi ritornare in campo come se nulla fosse?

La risposta?
Probabilmente è la stessa di tutti i misteri calcistici italiani:

qualcuno, da qualche parte, ha fatto sparire le prove.
E poi le ha rimesse a posto… male.

E così quella maglia, caldissima d’estate, inzupposa d’inverno,
rimane il mio personale Santo Graal.

E il gol di quel giorno,
il mio miracolo irripetibile.

Una fenice in poliestere testo di Autore anonimo
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